In Bolivia le proteste vanno avanti da quasi cinquanta giorni. Da una parte i manifestanti che chiedono le dimissioni del Presidente Rodrigo Paz, accusato di non aver risolto la crisi economica in cui verte il Paese, e dall’altra le forze dell’ordine schierate dopo l’approvazione dello stato d’eccezione.
I blocchi stradali in tutto il Paese hanno causato finora, oltre a una carenza di cibo e farmaci, anche la sospensione di oltre diecimila industrie, secondo quanto comunicato dal presidente della Camera Nazionale degli Esportatori della Bolivia (Caneb), Oswaldo Barriga. Secondo il ministro degli Esteri boliviano, quest’anno ci sarà, a causa dei blocchi, una decrescita dell’economia che la Banca Mondiale stima attorno al -3,2%.
La situazione attuale va ad aggravare un contesto già difficile: “Negli ultimi tempi, la situazione economica si è deteriorata in modo sempre più evidente”, ha detto a Focus Europe Italia Cristina Guarda (Verdi/ALE), vicepresidente della Delegazione del Parlamento europeo per le relazioni con i Paesi della comunità andina. “Il calo costante delle esportazioni, la riduzione degli investimenti esteri diretti effettivi e la crescente dipendenza dalle importazioni di carburanti hanno generato una forte carenza di valuta estera che coinvolge l’intero sistema economico”.
Per il Paese latinoamericano sarebbe, infatti, il secondo anno consecutivo di recessione, che nel 2025 si è attestata al 1.6%. Sono state proprio queste difficoltà, insieme ad alcune leggi che vanno verso la liberalizzazione e privatizzazione di alcuni settori, ad aver scatenato l’ira di insegnanti, movimenti sindacali, minatori, organizzazioni contadine ed indigene.
“La Bolivia sta attraversando una fase di forte polarizzazione politica e di incertezza istituzionale, caratterizzata da tensioni tra diversi settori, da una crisi economica crescente e da un indebolimento della fiducia dei cittadini nelle istituzioni” ha spiegato l’eurodeputata dei Verdi, che ha sottolineato come, nonostante il Paese sia ancora all’interno di un assetto democratico, “permangano importanti preoccupazioni” rispetto all’indipendenza della magistratura, all’uso politico del sistema giudiziario, allo spazio civico per il lavoro della società civile e al pieno esercizio dei diritti civili e politici”.
Nonostante la scarsità di cibo che ha costretto i Paesi limitrofi ad avviare ponti aerei umanitari, le proteste vanno avanti, e i risultati sono visibili. Ieri, in una nota di risposta al documento con le richieste della principale organizzazione sindacale del Paese – la Central Obrera Boliviana (COB) -, il Governo ha chiarito che ” non promuoverà la privatizzazione di aziende pubbliche strategiche né la cessione di risorse naturali strategiche a interessi privati nazionali o stranieri a danno dello Stato boliviano”.
Una prima vittoria per i manifestanti, mentre Paz esplora tutte le possibili vie di negoziazione per porre fine ai blocchi stradali che vanno ormai avanti da quarantotto giorni che hanno già causato dodici morti, tra cui pazienti rimasti senza assistenza medica, automobilisti bloccati e vittime sulle strade alternative. Il Segretario esecutivo della COB, Mario Argollo, ha chiarito che il dialogo con il Governo rimarrà sospeso fino a quando non verranno rilasciati i leader del movimento arrestati e sottoposti a procedimento penale per presunti reati commessi durante i giorni di blocco.
I motivi della protesta
“Quello che era iniziato come una serie di proteste settoriali (contro la legge sulle terre) si è trasformato in una crisi di portata nazionale” ha detto Guarda, che ha anche riportato casi di intimidazioni ai danni dei giornalisti e dei media indipendenti durante la copertura delle proteste.
A far scoppiare le rivolte sono stati una serie di fattori, di cui in primis l’accusa al Presidente Rodrigo Paz di non aver rispettato le promesse fatte in campagna elettorale e di non aver risolto la crisi economica che sta colpendo la Bolivia. A queste accuse si aggiungono anche i salari bassi di maestri e degli operai, e la contrarietà alla “ley de tierras” (legge delle terre) – poi abrogata – che prevedeva la riclassificazione fondiaria di piccoli appezzamenti di terreno in proprietà di medie dimensioni a vantaggio dei latifondisti.
“Le risposte adottate dal governo, caratterizzate da una maggiore liberalizzazione a favore dei grandi investitori, dalla riduzione dei sussidi e dall’indebolimento di alcuni meccanismi di protezione sociale, hanno avuto un impatto significativo sul costo della vita e sulle condizioni economiche di ampi settori della popolazione” ha specificato Guarda rispetto alle cause delle proteste.
La richiesta ultima dei manifestanti sono le dimissioni di Paz, accusato, inoltre, di aver legato il Paese a doppio filo con gli Stati Uniti, dopo l’adesione a marzo allo “Scudo delle Americhe” (Escudos de las Americas), un’iniziativa che formalmente mira a contrastare i cartelli della droga.
A rimetterci maggiormente sono le comunità più fragili, quelle indigene e andine, che secondo l’eurodeputata “affrontano rischi crescenti soprattutto in relazione alle attività estrattive, all’industria mineraria, all’espansione della frontiera produttiva e agli incendi forestali”. Il quadro per i boliviani originari è anche aggravato da una centralità, sempre maggiore, che il Paese sta assumendo nel contesto internazionale di fornitura di materie prime critiche e terre rare, come il litio: “La crescente competizione internazionale per queste risorse rende ancora più necessario rafforzare gli standard di dovuta diligenza, la tutela ambientale e i diritti delle comunità locali”.
Il ruolo dell’Unione europea
A maggio di quest’anno l’Unione europea ha concluso un accordo con il Mercosur – l’organizzazione che riunisce i Paesi dell’America Latina – per la creazione della più grande area di libero scambio al mondo. Nel pacchetto sono previste anche delle misure a tutela dell’ambiente e contro la deforestazione.
Guarda ha ribadito che nonostante il “contesto regionale più ampio di incertezza politica e istituzionale” che potrebbe disincentivare gli investimenti europei nel continente, “l’interesse dell’Unione europea a rafforzare le proprie relazioni commerciali e di investimento con l’America Latina rimane molto forte, in particolare con i Paesi che hanno un ruolo strategico in settori come le materie prime critiche e la transizione energetica”.
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“Questa rilevanza strategica continuerà probabilmente a sostenere la cooperazione” ha specificato l’eurodeputata, “anche se sarà necessario prestare grande attenzione alla stabilità istituzionale, alla certezza del diritto, al rispetto dei diritti umani e alla sostenibilità degli investimenti”.

